"Una Rosa per Tea" il racconto che la mia cara Amica Manuela

mi ha permesso di inserire nel mio sito ha vinto il primo premio del

concorso della scuola Holden "Incipt da favola. E il racconto lo scrivi tu"

ringrazio la mia Amica Manuela, perchè scrive veramente con l'anima.

Buona lettura, Mimmo

UNA ROSA PER TEA (di Manuela Anna Greco)

 

L'incipit di Paola Mastrocola:

 

"Siccome avevo preso un altro brutto voto, mio padre mi disse: “Va bene,

allora oggi verrai con me a lavorare. Così vedrai come si fatica!” Mio padre

faceva il giardiniere, e andava in giro per i giardini altrui. Andava a potar

piante, rastrellare foglie e tagliare erba col suo potente tagliaerba. Quel

giorno doveva occuparsi niente meno del giardino dei terribili Lorchitruci.

I Lorchitruci erano la famiglia più ricca e potente della collina. A me facevano

paura due cose di loro: il nome, perché mi veniva da pensare a degli orchi molti

truci; e il giardino, appunto, perché era chiuso da una muraglia gigantesca

dietro la quale chissà che cosa mai si nascondeva.”

 

Il racconto di Manuela Anna Greco

 

Mi arresi all'inevitabile. Cacciai le mani in tasca, mi infilai il berretto e dopo l'ennesimo

scapaccione di mia madre, mi tirai su le calze di lana. “Cammina dritto! Hai la schiena

che sembra un lazzeruolo selvatico!”, mi rimbrottò. “Altro che lazzeruolo! Vuoi vedere

che se non si raddrizza, lo faccio diventare un salice piangente?”, incalzò mio padre.

Possibile che in casa mia si parlasse solo di piante? “Dai sali!”, mi incoraggiò poi,

aprendo il portellone del vecchio furgoncino. “Siedi dietro che quando entriamo nella

proprietà dei Lorchitruci, il custode non ti deve vedere, altrimenti..”

“Altrimenti?”, domandai spalancando gli occhi. “Altrimenti avvisa il padrone, il

signor Severo P. Lorchitruci. E sono guai.”

Senza ribattere, salii sul furgone, tra i sacchi di torba, i concimi e le cesoie e immaginai

il signor Lorchitruci avvolto in una cappa scura, con le labbra serrate, la fronte corrugata

e lo sguardo bieco di chi non ricorda più come è fatto un sorriso.

 

Ad ogni buca, il furgoncino sobbalzava e a me facevano male le natiche. “Ahi!”, protestai

quando un innaffiatoio si sganciò da un rampino e mi piombò sul capo. “Il tuo innaffiatoio

mi è caduto in testa! Vai più piano!”, mi lagnai.“Se fossi andato a scuola, non sarebbe

successo.” “Non è un buon motivo per farmi cadere in testa i tuoi attrezzi!”

“Il signor Lorchitruci mi aspetta e non posso deluderlo. Ci sono impegni, nella vita,

che vanno rispettati. Costi quel che costi.” “Capirai!”, sibilai a denti stretti.

“Tre sforbiciate, un'aggiustata alle siepi e una potatura! E questi sarebbero impegni di

vita?” “Come dici?” “Niente.”, risposi arrossendo, mentre, dallo specchietto retrovisore,

guardavo gli occhi di mio padre: occhi trasparenti.

 

“Sono proprio curioso di vedere questo giardino e la sua ridicola muraglia! Chissà cosa

avranno da nascondere! Un mostro spaventoso con il corpo di elefante e la testa di

drago?”, sfottei, forse, anche, per esorcizzare la paura che mi stringeva lo stomaco.

“Sii meno curioso della gente e più curioso delle idee. Lo diceva una grande donna,

Marie Curie, una scienziata che, interessandosi alle idee, fece importanti scoperte per

l'umanità e curandosi della gente, si adoperò per lenire le sofferenze delle vittime

di guerra.” “Ma tu mica facevi il giardiniere?”, domandai ingenuamente. Mio padre

scoppiò in una risata. “La cultura non è un fatto di pochi ed appartiene a tutti.

Anche ai giardinieri.”

 

Finalmente giungemmo alla cancellata della proprietà Lorchitruci. Le siepi di martello

erano tagliate tutte alla stessa altezza. Immaginai mio padre intento a raddrizzarle con

la stessa fantasia di un parrucchiere. Era stato fatto un buon lavoro e mi sentii orgoglioso

di lui. Varcammo il cancello; mio padre mi aveva detto di rimanere nascosto fintanto

che avesse arrestato la corsa dell'infernale catorcio; la curiosità mi cresceva dentro e mi

mordeva i pensieri. “Siamo arrivati!”, esclamò.

 

Con grande sorpresa, mi trovai in un posto fuori dal comune: non già il luogo tetro che

la fantasia popolare alimentava con racconti dell'orrore, bensì un giardino di infinita

bellezza. Arbusti verdi, piante tropicali, fiori. E ovunque superbi roseti. Vi era persino

un laghetto sulle cui acque galleggiavano candide ninfee e sulle cui rive, amoreggiava la

scultura vegetale di un uomo e una donna. E poi fontane, archi di pietra ad incorniciare

suggestivi angoli di pace, con panchine all'ombra di baobab giganti.

“Queste sono rose tee. Fioriscono in estate, ma come vedi questo arbusto ce ne ha donata

una, nonostante l'inverno.” “Papà, hai fatto tu tutto questo?” “Si, figliolo… Ecco Probo

che arriva.”, aggiunse.

 

Un uomo un po' ingobbito dal peso degli anni veniva avanti, sfoderando sugli abiti da

giardiniere, un largo sorriso. “Buongiorno, Probo. Lui è Lucio, mio figlio.”

“Cosa ci fai qui? Non dovresti essere a scuola?” “Si è preso una giornata di vacanza.”,

intervenne mio padre, prima che potessi parlare.

“Sono venuto a vedere questo giardino, opera di mio padre... Non se lo merita affatto un

uomo tanto crudele quanto il signor Lorchitruci.”

“E a te chi l'ha detto che il signor Lorchitruci è crudele?”, chiese Probo. “La gente!

Corrono tante voci, sa.” “Già, le voci. Dimenticavo.”, disse l'uomo gravemente.

 

All'improvviso, sbucò, sul fondo di un vialetto, una bambina. Si reggeva su un bastone

nodoso e, a fatica, avanzava lungo la strada. Era pallida ed emaciata e fissava mio padre

con gli occhi accesi da chissà quale speranza. “Tea!”, esclamò Probo. “Vieni! Il signor

Pietro ha la rosa per te!” La bambina si illuminò e accelerò il passo più che poteva. Mio

padre la portò dinanzi alla rosa. “Lucio, ti presento Tea e suo padre, il signor Severo

Probo Lorchitruci.” Un'ondata di vergogna si abbatté sul mio viso.

 

“Su, non ti avvilire!”, disse l'uomo, sollevandomi il mento. “Le voci, la gente .. Mi

trasferii qui con mia moglie e dopo tanti anni, arrivò Tea. Eravamo felici, fintantoche

i medici ci dissero che Tea aveva unamalattia che non le avrebbe permesso di camminare

come gli altri bambini. Mia moglie si ammalò e morì. Io divenni scontroso e mi barricai

dentro questa casa, con tutto il mio dolore.La gente mi condannò alla fama di uomo

perfido, di truce orco. Un giorno conobbi tuo padre . Era un uomo che non badava ai

pregiudizi. Si offrì di trasformare questo luogo in uno splendido giardino. Accettai e lui,

non solo riuscì nel suo intento, ma riconsegnò a Tea la forza di sorridere. Le rose erano

i fiori preferiti di mia moglie. Non so quale magia reiteri tuo padre, ma è in grado di far

nascere, ogni settimana, una nuova rosa per Tea. Sapessi come è importante per lei!”

In quel momento le parole di mio padre mi furono chiare: ci sono impegni che vanno

rispettati e compresi quanto la più piccola responsabilità si possa tradurre in una

questione di vitale importanza.

 

 

 

 

 

(Racconto tratto dall'antologia “Il giardino dei Lorchitruci” di Scuola Holden)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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